L’agenzia Scribo, coadiuvata dal comitato di valutazione composto da Michele Del
Monte (insegnante), Raffaella Rodilosso D’Agata (insegnante in pensione) e Maria
Rollo (insegnante), dopo un’attenta disamina degli elaborati pervenuti, ha decretato i
vincitori della I edizione del Premio di selezione editoriale per inediti “Racconti
tricolore”, che, come da regolamento, saranno inseriti all’interno della raccolta
antologica pubblicata per la Casa Editrice “Il Viandante” di Chieti. La cerimonia di premiazione si svolgerà sabato 6 aprile p.v. , alle ore 18, presso il Teatro Studio, sito in via Abbazia, a Treglio (CH).
Si riportano di seguito i titoli dei racconti selezionati, corredati dai nomi degli autori
in rigoroso ordine alfabetico:

Candida di Antonio Albanese (Bologna);
Viaggio di un autista alpino di Salvatore Luciano Bonventre (Pescorocchiano – RI);
Mauri di Andrea Carloni (Torri di Quartesolo – VI);
Carta di giornale di Stefano Carnicelli (L’Aquila);
Gli uomini e le rovine di Pablo Cerini (Busto Arsizio – VA);
Una notte… per caso di Adriana De Leonardis (Lanciano – CH);
Dove tramonta il sole di Fabiano Di Campli (Lanciano – CH);
Libertà di Giovanni Di Guglielmo (Chieti);
La Festa del Santo di Luca Dragani (Chieti);
La città senza cielo di Irene Giancristofaro (Lanciano – CH);
Il funerale di Irene Giuffrida (Riposto – CT);
L’aula delle rondini di Libera Iannetta (Pescara);
Di parole, colori e città di Antonio Laurino (Bologna);
A mala corda di Giorgio Lupo (Termini Imerese – PA);
Aiutami a sognare di Giovanni Marangio (Chieti);
La valigia di cartone di Marilisa Munari (Sovizzo – VI);
Il dono di Umberto Nasuti (Lanciano – CH);
Sessanta a sedici di Tommaso Nidasio (Barengo – NO);
Il dono di Sara Palladini (Giulianova – TE);
Mrs Charlotte Mary Nelson Bridport di Milena Privitera (Taormina – ME);
La notte magica di san Giovanni di Vanessa Quarantacinque (Monte Compatri – RM);
La guerra è una brutta bestia (bye bye Cefalonia) di Valerio Ruggieri (Lanciano- CH);
Piccolo asfodelo di Maria Scerrato (Alatri – FR);
Ritorno in Sicilia di Dante Troilo (Gessopalena – CH);
La neve e la savana di Amelia Valentini (Pescara);
I sapori della collina di Sandra Vannicola (Folignano – AP);
Non solo funghi… di Maria Pia Vittorini (Chieti);
Balla za’ Cecca e balla Maria di Cristian Zulli (Lanciano – CH);
L’autobus di Giusi Zulli Marcucci (Atessa – CH).

L’agenzia Scribo, inoltre, ha deciso di conferire un attestato di merito come Premio speciale
per la memoria storica ad Antonio Perrotti di Portici (NA) per il racconto Napoli 1940-1943.

“O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai” recita una ormai celebre canzone degli anni Novanta. E allora vi diciamo buon Natale augurandovi di possedere sempre un animo predisposto all’ascolto, teso ai sentimenti più nobili e veri, all’amore in tutte le sue forme; un animo autentico, alla continua ricerca della bellezza e delle emozioni forti che rendono la vita degna di essere vissuta. Auguri, dunque, per un Natale sereno e gioioso e per un nuovo anno ricco di soddisfazioni, sogni e mete raggiunte… e anche di buone letture, di divine ispirazioni e di una scrittura che sia appassionata e appassionante (magari anche consultando noi di Scribo!)

Auguri!

Mane di Rolando D'Alonzo

OLTRE E DENTRO IL TEMPO: LA POESIA PENSANTE DI ROLANDO D’ALONZO

Una riflessione critica di Marcello Marciani su Mane (Tabula fati, Chieti 2018)

 

Quest’ultimo testo di Rolando D’Alonzo costituisce il terzo tempo di una ideale trilogia iniziata con Mitologia minore, opera pubblicata nel 2014, e proseguita con Lune, nel 2016. Pertanto, ad un intervallo biennale fra libro e libro, D’Alonzo approfondisce il suo percorso in versi fra le spirali della Storia e della Memoria, sia individuali che collettive, cogliendo di esse le continuità e le differenze rispetto ad un presente privo di riferimenti certi, lacerato e immemore. Ma la stessa concezione di “presente” in questo libro è superata, perché l’autore guarda alle vicende contemporanee con uno sguardo non certo limitato al dato fattuale, cronachistico, ma secondo una visione trasversale in cui presente e passato, echi e vestigia della cultura classica, rimandi alla grande poesia occidentale del secolo scorso e lessici mutuati dall’odierna comunicazione massmediale ed elettronica convivono disinvoltamente. Assorbendo infatti la lezione di alcuni maestri della poesia del novecento, come Pound ed Eliot, Rolando sa che il passato si vivifica e rinnova nel presente e viceversa il presente trasporta i vessilli millenari di epoche passate, anche quando sembra celarli. Le Gorgoni rinascono così nelle stragi di Kabul e di Gaza, le figure muliebri colte fra creme al retinolo e asfalti di periferie hanno i nomi di Tecla, Milesia, Cleobule. Tutto al tempo stesso è “contemporaneo” e “arcaico” in una compresenza spiazzante, in una narrazione prosodica che eleva a livelli di alta affabulazione linguistica, in un’aura mitica, l’esperienza del pensiero. Perché un dato è certo: questa scrittura nasce da un continuo, incessante pensiero, che permette di compattare insieme occasioni private e tragedie della Storia, slanci amorosi e invettive civili. È il pensiero a far sì che l’io poetante non si identifichi con l’ego del poeta, nemmeno quando ne svela le inquietudini e le fragilità, ma lo faccia vibrare in una voce corale da aedo, che riesce ad unire i vari registri dell’opera, sia il lirico che l’epico, sia il sublime che il beffardo. Afferma Francesco Paolo Memmo a proposito dell’opera di Ferdinando Falco, un grande poeta sperimentale sconosciuto al grosso pubblico e scomparso due anni fa: “La poesia (per Falco: ndr) non è espressione lirica dei sentimenti (la formula crociana studiata a scuola), non è esibizione di sé, non è contemplazione del proprio ombelico. La poesia è pensiero. Pensiero che si fa forma. Pensiero poetante. Pensiero che si nutre di tutto ciò che tocca, della nostra storia e di quella degli altri, delle radici che abbiamo coltivato, della cultura che ci ha formato, delle persone che abbiamo incontrato. Perciò la poesia può essere una cosa e un’altra: perché tutto alimenta il pensiero. Si procede non per sottrazione ma per accumulo. E anche il superfluo è necessario. Il caso irrompe nel disegno. Ed è inarrestabile il pensiero, nessuna gabbia può imprigionarlo” (*). Analisi questa del tutto applicabile all’opera di D’Alonzo, che non scaturisce da un impeto irrazionale ma da una incessante elaborazione speculativa, che tuttavia non si arena in algidi concetti ma si converte in suono, ritmo, parola che si dipana senza intrappolarsi in prefissate gabbie metriche ma seguendo un suo personalissimo andamento fluviale, poematico, che agilmente passa dalle terzine ai distici sfalsati, da stralci di esametri a sparsi endecasillabi e dodecasillabi per esprimere le sfaccettature e le vivaci divergenze di un pensiero che ogni campo del reale e dell’immaginario sostiene e trascina. A proposito si possono citare come esemplari due passi:

“In pensieri di vento se ne vanno in viaggio

gli alberi e mai abbandonano la soglia terrena (…)”

 

“Pensano le case nelle notti estive,

vuote conchiglie di opere addensate,

pensano in un procedere di tremiti

 

e vive scale, pensano nel cigolio di porte

alla divisione delle stanze, alle ramaglie

che serrano le nuvole all’ansito

delle forre (…)”

Ecco quindi che gli alberi, le case, pensano, in una sorta di animismo alimentato da una forza interiore che dovunque si espande. Ma non si creda con questo che ci si trovi dentro una poesia tutta cerebrale, intellettualistica, perché il pensiero è un’energia totale, che attraversa mente e corpo, entra anche nei sentimenti e nei sensi, fa sue le gioie e le ansie dell’amore, esplorato soprattutto nelle sezioni intitolate a nomi latini di donne, che hanno lo scopo di decantare lessicalmente il tema amoroso, di distanziarlo in un’aura classica eppure straniata, inquieta e inquietante, come accade in certi componimenti che sono incantate epifanie, fuori dal tempo e dallo spazio quotidiani eppure attraversate da tempi e spazi di più epoche intrecciate:

“Una porta tu sei che nella casa

tra oggi separa e l’altro ieri

tra questi passi che gli uomini

 

in me segreti lasciano su lane

e basole, senza rumore senza

distanze da coprire senza via

 

e le altre sconfinate rive le altre

porte da inventare di sera

in sera in riva a ogni mare.

 

Una porta tu sei che sempre

aperta alle dita in fiore cede

alle lucciole dei giorni brevi

(…)

Il lirismo intenso e acceso di questi versi, e di molti altri delle prime sezioni, dedicate alla luna e alla figura femminile, contrasta col timbro acre e caustico, da furiosa invettiva civile, di altri, dove si scatena tutto il sarcasmo e la rabbia dell’autore verso un mondo che non conosce altro valore, o meglio disvalore, se non quello del profitto e del tornaconto, anche a costo del cinismo più cruento ed efferato. Un vero manifesto in tal senso è il componimento La tavola: lungo 179 versi, occupa tutta la penultima sezione del libro come un poemetto a sé stante, eppure inserito in piena armonia nella struttura poematica delle altre parti dell’opera. Qui la reiterazione ossessiva dell’espressione o.k. si fa suono cupo di un tamburo tribale, di un occidente divenuto giungla d’interessi globalizzati, “venuti fuori per errore da una cassa/ proibita”. I rimandi precisi all’attualità, alle storture, alle torture e agli eccidi della
Storia recente, vengono comunque inseriti in un discorso di accorata pietas umana, con uno struggimento che pervade e lacera i versi finali:

Poi disponiamo le nostre piccole morti

disparati alla meno peggio, esequie

comprese, ai cantoni dei caseggiati

 

profili arrugginiti nell’ombra dei muri

in giri smunti che il sole in un gomito

dividono in altri successivi mondi

 

mattini notti a piedi da inventare

disperati fino all’ultimo respiro

fino al trasalire in mezzo al vetro

 

dell’ultima azzardata stella, noi

riflessi da una polvere di strada,

paglia che mai più si infoca.

Pertanto in quest’opera coesistono la lirica e l’epica, lo slancio amoroso e l’invettiva, la rivisitazione di lessici e moduli classici e l’addentrarsi negli slang e nei tic verbali odierni, l’armonia delle terzine e lo spezzettarsi della prosodia in forme metriche eccentriche: sembrerebbe un insieme incoerente e caotico e invece ogni aspetto tematico e formale s’incontra e torna nella dinamica di un “pensiero poetante” che sa orchestrare temi e stilemi diversi fra loro con il vigore addensante, imprevedibile e a suo modo miracoloso, della parola. Perché quel Mane del titolo, quel primo mattino in cui, secondo una dichiarazione dell’autore, la mente è ancora intrisa dei sopori e dei fantasmi della notte eppure si apre allo stupore di un nuovo risveglio, è pure il momento in cui il pensiero comincia ad articolarsi in parola, a scandirsi ancora una volta nelle più varie e contrastanti sillabazioni del dire.

Marcello Marciani

(*) dalla Prefazione di Francesco Paolo Memmo a Della morte del caso del superfluo e altre poesie dattiloscritte, di Ferdinando Falco, Edizioni Cofine, Roma 2018

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI POESIE "MANE" DI ROLANDO D'ALONZO - 12 DICEMBRE 2018

Marcello Marciani a Villa Sirena parla della poesia di Rolando D’Alonzo

Mane di Rolando D'Alonzo

Marcello Marciani